Il Monte Cravì è la propaggine più settentrionale in cui si mostrano i Conglomerati di Savignone. Essi si sono formati nell’Oligocene (dal greco ὀλίγος, “oligos”, poco, e καινός, “kainos”, nuovo, recente), epoca in cui ebbero scarso sviluppo le nuove specie di mammiferi.
I conglomerati suddetti, i cui clasti sono ciotoli arrotondati, hanno una discreta resistenza all’erosione da cui si formano ripidi versanti come ai monti Maggio, Pianetto e Brughea, Reopasso e Reale.
In effetti, più che la vetta, è interessante percorrere la cresta da Caprieto e visitare, con tutta la prudenza necessaria, la zona dove il monte presenta una serie di crepacci rocciosi (non mi sembra di poterli definire diaclasi e tantomeno faglie, non essendo presenti scorrimenti tettonici), talvolta molto profondi, situati ad un centinaio di metri a SSE rispetto alla cima.
Alle pendici del Monte Cravì fu edificato il Castello della Pietra, i cui due torrioni di puddinga sorgono proprio sulla cresta che scende verso W dalla vetta.

La cima della montagna (991 m) non offre un bel panorama, pur essendo molto prominente, occupata come è da alberi; per avere panorama occorre portarsi con prudenza sulle rocce, a quota 970 metri, che precipitano verso Vobbia.

Tutt’altro effetto si ha ammirando il Cravì dal Monte Castello, presso Crocefieschi, da dove appare come una imponente piramide rocciosa: osservato il monte con un binocolo si notano molti torrioni ed una profonda frattura, quasi una caverna, poco sotto la cima.
La genesi di queste fratture è singolare: l’ipotesi pìù probabile è che una curvatura o deformazioni del letto, costituito dai calcari dell’ Antola su cui giacciono le puddinghe del Cravi, abbia generato tali fratturazioni in una roccia più rigida. Il percorso, pur essendo interessante, presenta però un certo pericolo, specie nella zona crepacciata, ed è sconsigliato agli escursionisti senza una provata esperienza sui terreni difficili.
L’itinerario di accesso per la cima, sempre per escursionisti esperti, parte dalla località Caprieto (854 m) con segnavia rombo giallo vuoto FIE .

Entrati nell’abitato si scende verso ovest pochi metri e si volge verso SW scendendo gradualmente fino al colletto di quota 793 metri, che domina la località di Casareggio (718 m).
Si prosegue sul sentiero con segnavia FIE per circa 100 metri e lo si abbandona salendo a sinistra per prendere il filo della cresta (Costa dei Canuci) verso il Cravì che subito presenta un gradino di un paio di metri che si supera senza alcuna difficoltà .

Sulla arida puddinga, come consueto, fiorisce il timo e qui la Saxifraga paniculata.

Ora si segue quasi integralmente la cresta e la sue ondulazioni su tracce poco marcate. In alcune zone la cresta è scoperta ma non è mai esposta, nonostante questa foto con panoramica verso il Bric delle Camere sembri far intendere.

Lungo il percorso trovo un aracnide che ha imbandito tavola su di un fiore… L’invitato paga il conto, senza mangiare ma essendo mangiato. Un tipo ristorante piuttosto diffuso sul globo ma da non consigliare agli amici se volete rivederli.

Si giunge infine ad un colletto, davanti al quale è un tratto più ripido e sostanzialmente senza traccia apprezzabile. E’ possibile scartare qualche balza più ripida aggirandola ai lati.
La vetta, quotata 990 metri, è decisamente deludente per la assenza quasi completa di panorama e la presenza di una cassetta metallica fissata su di un palo per chissà quale funzione…
Per scendere alla zona delle fratture, si torna indietro poche decine di metri dalla vetta e si volge a sinistra per scendere ad una selletta: da questo punto occorre porre molta attenzione a dove si poggiano i piedi su questo infido terreno, per non rischiare di cadere in uno dei diversi crepacci che si presentano quasi paralleli in direzione SSW.
Addirittura qualche albero ha messo radici che passano da un lato all’altro di qualche crepa tra le rocce o i tronchi e rami caduti creano la struttura di ponti di terra sui crepacci: fare dunque la massima attenzione di porre i piedi sempre sul solido e non su precari ponticelli!

Con necessaria prudenza si può continuare e scendere in direzione sud dall’avvallamento parallelamente all’impressionante crepaccio, costeggiandone il bordo a distanza di sicurezza, per arrivare alla sua base, alla quota 935 m, che è ostruita da enormi massi.
La foto qui sotto è stata eseguita alla base del grande crepaccio i cui lembi sono distanti 7-8 metri, la cui lunghezza a giorno è di circa 70 metri e la cui profondità sembra essere di una ventina di metri, non escludendo che l’apertura possa procedere nel sottosuolo al di sotto dei massi che ne occludono il fondo.

Fratture simili sono visibili sul fondo della forra tra Monte Brughea ed il Castello Fieschi a Savignone. Presso la cima dell’Anchise (l’incudine) del Reopasso, la ferrata percorre una frattura piuttosto lunga e profonda una dozzina di metri che, ragionevolmente, ha avuto la stessa genesi delle fratture del M. Cravì.

I percorso che si fa in A/R è classificabile per EE (escursionisti esperti) in 2h e 30 m, ha uno sviluppo di circa 4,5 km con un dislivello complessivi ridotto +362 m e -362 m, dalla quota minima di 793 metri fino al culmine a 990 m. Non è richiesta alcuna atrezzatura paticolare ma solo passo fermo e molta prudenza. Non esistono naturalmente fonti lungo il percorso. Non esistono segnavia.
Mi preme ricordare che tutta la zona è infestata di Ixodes ricini, zecche dei boschi, specie nella stagione tardo primaverile in cui la loro attività è maggiore: si provveda in tal senso con repellenti, adeguato comportamento e vestiario.
File GPX: Monte Cravì
Percorso il
24 maggio 2014